I pensieri limitanti

I pensieri limitanti

Dalle convinzioni al destino

Le tue convinzioni diventano i tuoi pensieri.
I pensieri diventano le tue parole.
Le tue parole diventano le tue azioni. 
Le tue azioni diventano le tue abitudini.
Le tue abitudini diventano i tuoi valori.
I tuoi valori diventano il tuo destino”.
Mahatma Gandhi 

“Le tue convinzioni diventano i tuoi pensieri …. le tue abitudini diventano il tuo destino”. 

Può essere un atto di grande responsabilità individuale renderci conto se, momento per momento,  siamo sotto l’effetto di convinzioni potenzianti o depotenzianti. 
Le convinzioni non si distinguono in vere o false, ma in convinzioni potenzianti o depotenzianti”, oppure “accrescitive o limitanti”; definirle invece positive o negative sarebbe indice di un mind-set  giudicante.  
È un po’ come dire “quando vivo coltivando le convinzioni potenzianti riesco ad esprimere le mie  potenzialità, la mia unicità” (proprio come il suono di una campana tibetana che ha la potenzialità di  risuonare); ognuno di noi è meravigliosamente diverso ed ognuno di noi si è costruito una serie di  convinzioni.

Le convinzioni depotenzianti hanno tutte, in qualche modo, un collegamento con il potere  “Dominio”.  Nel “Potere/Dominio” la linea rossa è quella della dignità umana. 
Syn-ballein che significa unire, armonizzare, mettere insieme. Da syn-ballein deriva il  termine “simbolo” che nel linguaggio comune è inteso come un’immagine che ci riconduce, che ci  unisce ad una realtà più grande. 
La parola “diavolo” deriva dal verbo greco dia-bàllein che significa separare, l’esatto contrario syn ballein. 
Le convinzioni depotenzianti creano una specie di “scalino”… E ci sono quelle più  “narcisistiche” dove ci si mette in una posizione in cui si è convinti di avere ragione, e ci si mette “sopra”  (potere-dominio); oppure dove ci si mette giù, nella linea della dignità umana. Lo strumento di potere dominio non ha mai a che fare con la libertà generativa. 
Un altro simbolo (nella figura il simbolo verde “Potere/Capacità”, pari dignità (in analisi  transazionale “io sono ok, tu sei ok”), dove vi è un pallino più grande, che è una convinzione potenziante, e mi  aiuta a vedere il mondo con la lente delle mie convinzioni che mi potenziano. 

Le convinzioni sono pensieri a cui attribuiamo valore di verità. “Sono pensieri molto pensati”.
Se penso tante volte “un pensiero”, dal punto A al punto B si crea un  circuito sinaptico, una sorta di “camminamento”, si creano delle “autostrade neuronali”, dei  percorsi ripetuti. E il cervello, visto che ha l’obiettivo di risparmiare energia, “prende l’autostrada e non la  strada panoramica”. 

Le convinzioni non si cambiano mai dall’esterno. Noi coach possiamo invitare a mettere in  dubbio con molta delicatezza certe convinzioni, che magari esistono nella persona da tanto tempo e, per questo, non si  cambiano perché ce lo dice qualcun altro. 
Nardone parla di “Esperienza emozionale correttiva”. 
Le convinzioni determinano la qualità della nostra vita e hanno la tendenza a trovare conferma nella realtà. In questo modo diventano il modo di mettere in relazione le nostre esperienze di vita e di dare loro un senso.

Andrea ci parla del suo racconto di Gino e Tino che vanno nello stesso ristorante. Gino è convinto che la vita sia un po’ una battaglia, una guerra, non ha molta fiducia in sé e pensa  gli altri lo vogliano “imbrogliare”. Le persone lo vedono entrare con una postura chiusa, lui non saluta, è chiuso, ombroso e, impercettibilmente, qualcuno si allontana, inizia a parlottare, e nella  mente di Gino prende forma il suo pensiero: “Chissà cosa stanno dicendo su di me”. E quindi il tema  delle convinzioni è affascinante perché tutti i pensieri si radicano su altri pensieri più  profondi, che sono quelli delle convinzioni. Gino esce dal ristorante dove ha mangiato, ma non si sente sazio, non  si è goduto il pasto e prosegue la sua giornata. La settimana dopo, nello stesso posto entra Tino, suo fratello gemello, due gocce d’acqua  esteriormente, ma Tino crede, al contrario del fratello, che la vita sia un’avventura, dove si possono  incontrare delle persone da cui si può apprendere qualcosa, dove si può essere ben voluto, accolto… Entra nel locale con un grande sorriso, con occhi che trasmettono vita,  curiosità. E c’è chi si gira verso di lui, si presenta, c’è chi inizia a parlargli ed il suo pranzo gli sembra  molto bello, ed esce sazio, piacevolmente vivo e trova l’ennesima conferma dei suoi pensieri. 

Quindi il monito di Gandi è “prendiamoci cura dei nostri pensieri”. 
Il cervello cerca conferma dei propri pensieri all’esterno, realizzando “la profezia che si auto-avvera”. (Bias di conferma). 

Come si formano le convinzioni? LA SCALA DI INFERENZA

La prima volta ne parla Chris Argyris, che lo definisce il nostro modo di assimilare la realtà. Dati e fatti. La percezione del mondo in base ai nostri sensi: visto che non possiamo assorbire tutti gli input esistenti, facciamo una selezione dei fatti, il cervello li  seleziona in base a ciò che è potenzialmente rilevante (per la nostra sopravvivenza o per la  riproduzione, come moventi di base).
Dopo aver fatto questa selezione il nostro cervello ha un grande bisogno di attribuire un significato ai fatti stessi: faccio delle ipotesi e dopo le ipotesi esprimo la mia  verità soggettiva, la mia conclusione; e  questa conclusione (che per il cervello vuol dire smettere di consumare energia) risponde al bisogno di dare un senso, un significato. Le convinzioni sono direttamente collegate alle mie azioni, cioè ai comportamenti.

Il test emotivo. Possiamo chiederci come stiamo: se proviamo delle emozioni spiacevoli potrebbe essere che si stia vivendo una convinzione limitante. Non possiamo evitare che le convinzioni tendano a trovare conferma, il famoso effetto pigmalione,  il nostro cervello segue i nostri principi, la buona notizia è che noi possiamo conoscere questa cosa  e quindi gestirla. E’ quando il coach domanda:” Questa situazione potresti vederla anche in modo diverso”? “C’è un  qualcosa che non hai visto”? Ecco (qui sotto) alcune domande tratte dal libro “La mente mente”: siamo invitati a riconoscere quale di  queste facilmente utilizziamo in sessione. 

Ecco altre proposte che vengono dal gruppo: “Quanto ti è utile pensare così?” ; “A me arriva questo, cosa ne pensi?”; “A me arriva questo pensiero, come ti senti adesso che te lo ridico”? 
Ci sono convinzioni un po’ più limitanti, un po’ più pericolose: per esempio il sentimento della vergogna è un indicatore che siamo finiti in quel territorio. Ognuno di noi si è creato, in qualche modo, qualche convinzione limitante.  La mamma e il papà che generano queste condizioni limitanti è “Io non sono come dovrei essere”. 
Arriva un certo punto, quando siamo ancora bambini, in cui riceviamo la percezione che vi sia “Il dito puntato” contro di noi. Quindi, visto che il bimbo vuole essere amato, si va a creare un’immagine che dice  “Io vado bene se…” (le condizioni di amabilità). 
Come togliere quel “se”? Come arrivare da “Sono degno di amore se…” a “Sono degno di amore” punto.  Ad esempio: “Vado bene se: vado bene a scuola” .
Ci viene proposto di fare un esercizio di brainstorming con noi stessi: esplorare questi possibili  pensieri, figli di questo pensiero limitante:

“Vado bene se” (la più potente). Oppure “è importante che l’altro mi veda come una persona…. “ 

Ricordiamoci che la paura può divenire nostra alleata per darci delle indicazioni utili. Molte convinzioni sono riconducibili a tre immagini: a. “immagine di persona intelligente/capace/che ha ragione” (quando una persona ha ragione, non è  che forse è anche intelligente? Da cui la paura di essere stupidi). b. “Immagine di persona amabile/buona/disponibile”(da cui la paura di essere egoista, cattivo). c. “Immagine di persona importante/potere/di valore” (da cui la paura di essere insignificante).

“Sindrome G.N.R.” 

Andiamo ad identificare 3 modalità di comunicazione che possono essere indice della presenza di  questo tipo di immagine attraverso alcuni comportamenti: 
Giustificazione (di cosa ci sentiamo in dovere di doverci giustificare) – E’ un lavoro enorme se ho  l’attaccamento a “disponibile e buono”, è come io sto “Di cosa mi giustifico in modo imbarazzato e  vergognoso”? Es. “Mi spiace non venire perché ho un battesimo”. 
Negazione – Domanda: “Cosa faccio fatica ad ammettere”? Esempio. “No, non sono in ritardo,  avevamo detto le 10.00” 
Ribaltamento -Dare la colpa, “Di cosa accuso gli altri solitamente”? Esempio. “Proprio tu mi dici questo”? Viene proposto l’esercizio in coppie dove ci si confronta circa la presenza o meno di G.N.R.
Altra proposta: l’utilizzo di fogli dove vi sono scritte altre convinzioni all’interno delle quali ci si può riconoscere. 
Ad esempio. “Io sono fatto così”, “Non sono abbastanza…” (che si nutre un po’ del paragone con gli altri); “Sono un bluff” (sindrome dell’impostore); “La felicità dipende dalle circostanze” (non è sotto il mio controllo); “Potrò essere felice in futuro”(quando mi laureerò, quando troverò un lavoro, ecc). “Le cose dovrebbero andare/sarebbero dovute andare diversamente”. 
Viene citato Albert Ellis, psicologo statunitense, fondatore della Relational Emotive Behaviour  Therapy, secondo il quale tutte le convinzioni limitanti sono pensieri disfunzionali che ci non ci  permettono di sfruttare al meglio le nostre potenzialità e che sono collegate a delle forme di  doverizzazioni, che lui chiamava “Musturbation” (da “to must”). In questo caso ci sono 3 “Macro gabbie”:
1. “Devo fare bene” 
2. “Devi trattarmi bene”
3. “Devo avere ciò che voglio senza difficoltà”.

La convinzione potenziante è il carburante ecologico. La convinzione limitante è la zavorra che ci appesantisce. Riconoscere nel day-by-day la pregnanza di queste convinzioni limitanti, accogliendole e allenandosi  ad andare oltre è una bella opportunità. Come anche essere in grado di mettere un “forse” a questi pensieri può essere un antidoto alle convinzioni limitanti, ed anche ai nostri attaccamenti. 
Andrea conclude la presentazione con il seguente aneddoto: “Tanti anni fa, nelle campagne cinesi, un uomo e suo figlio vivevano in un piccolo villaggio.  Non possedevano molto: una baracca, un campo da coltivare e un cavallo per arare il  campo. Un giorno il cavallo scappò. Gli abitanti del villaggio andarono a trovare l’uomo e gli  dissero: “Il cavallo era necessario per poter lavorare. Che sfortuna hai avuto!” E l’uomo  rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”. La settimana successiva, il cavallo fece ritorno  insieme ad altri due cavalli selvatici. L’uomo e il figlio si ritrovarono quindi con tre cavalli.  Gli abitanti del villaggio sorrisero all’uomo e gli dissero: “Avevi un solo cavallo e ora ne hai  tre. Che fortuna hai avuto!” E l’uomo rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”. Pochi giorni  dopo il figlio era intendo a pulire la stalla del cavallo, troppo piccola per contenerne tre.  Uno degli animali si agitò e lo colpì con forza, facendolo cadere. Il ragazzo si ruppe la gamba. Gli abitanti del villaggio passarono davanti all’abitazione e dissero al padre: “Tuo  figlio è il tuo unico aiutante e famigliare. Che sfortuna hai avuto!” E l’uomo rispose: “Forse  sì, forse no. Vedremo”. Alcune settimane dopo, alcuni ufficiali dell’esercito arrivarono nel  villaggio e iniziarono a reclutare tutti i giovani per portarli a combattere una guerra che  sapevano di non poter vincere. Quando passarono dalla casa dell’uomo e videro che suo  figlio aveva la gamba rotta, decisero di non portarlo in guerra. Gli abitanti del villaggio,  saputa la notizia, dissero al padre: “I nostri figli vanno a morire in guerra e il tuo invece no.  Che fortuna hai avuto! ”E l’uomo, come sempre, rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”. 

Immagini tratte dal libro “LA MENTE MENTE” Di Andrea Farioli, gentilmente donato ai partecipanti dall’autore stesso.

Autore: Evelina Pinetti _ CPC Emilia

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